Quel settembre era molto strano.

Da un lato, non vedevo l’ora che la scuola cominciasse. Avevo trascorso l’estate più anomala della mia vita: un susseguirsi di alti e bassi, senza normalità intermedia. Era cominciata con un lutto in famiglia, cui era repentinamente seguita una nascita (la beffa, ma anche il bello della vita).
Dopo, avevo accompagnato mia sorella a Roma, per qualche giorno, per un concorso che le avrebbe cambiato la vita. E mentre lei sgobbava per gli ultimi ripassi, io me ne andavo a spasso per la città eterna con la figlia coetanea dei nostri gentili ospiti e i suoi amici. Poi, le vacanze al mare, con tutte le sue implicazioni. Nuove conoscenze, notti di falò e stelle cadenti, pelle che si scuriva ogni giorno di più, relax e divertimento. Mentre ero al mare, il messaggio di un’amica: il mio professore di matematica era venuto a mancare. E fu un’altra terribile notizia. Tuttavia, continuai a godermi la spensieratezza delle vacanze, le quali mi distolsero da quel triste pensiero.

D’altro canto, quel settembre, mi sentivo le gambe tremare all’idea di rivedere tutti i miei compagni di classe e i professori. Non sapevo cosa aspettarmi. L’ultima cosa che volevo era essere guardata con compassione. Ed è lo stesso motivo per il quale, nel corso del tempo, ho sempre considerato l’argomento come un tabù, quasi come una cosa di cui vergognarmi. Non ho idea del perché di questa assurda, ricorrente emozione. So soltanto che quando negli anni successivi le persone mi chiedevano di mio padre o ne parlavano al presente, io arrossivo. E mi è successo praticamente in continuazione: ogni dannata volta che ho conosciuto qualcuno dopo i miei sedici anni e dieci mesi.
Tornando alla scuola, ero consapevole che tutti erano a conoscenza della tragica notizia. Alcuni dei miei compagni mi avevano già manifestato la loro solidarietà, con la presenza, una parola di conforto, un semplice SMS. Ma altri no, erano stati dei grandi assenti; e non mi capacitavo del perché. Soltanto in seguito avrei giustificato e, in un certo senso, perdonato quel comportamento, pensando che, in fondo, a quell’età di certe cose ancora non si ha piena cognizione: forse non sapevano cosa dirmi, come affrontare la situazione che, vuoi o non vuoi, era più grande di tutti noi. Comunque, contavo sulla delicatezza e sul buonsenso e speravo che, se proprio avessero voluto comunicarmi un pensiero di vicinanza, una parola dolce, un abbraccio o una carezza, lo avrebbero fatto in disparte.

E così, il primo giorno di scuola, come avevo sempre fatto, percorsi a piedi la lunga strada che mi separava dall’istituto. Mi guardavo i piedi negli anfibi neri e la zampa dei jeans, anch’essi neri (me li ricordo ancora). Ascoltavo Northern Star, un mix di tristezza e disperazione: il mio ritratto.

Non ricordo, alla fine dei conti, l’accoglienza dei miei compagni. Ricordo quel giorno per un solo motivo: il discorso di uno dei miei prof. Accadde esattamente ciò che desideravo con tutta me stessa non accadesse. Lei entrò in classe guardandomi dritto in volto con un’espressione amareggiata e prima ancora di sedersi si rivolse a me, davanti a tutti, dicendomi che aveva saputo e che si dispiaceva per la mia perdita. Immediatamente cominciai a piangere. Lei continuò, noncurante delle mie lacrime, con il suo mare di bla bla, la cui unica scia indelebile nei miei ricordi fu un concetto che, col senno di poi, avrei reputato completamente fuori luogo: il dolore più grande sarebbe stato quello di mia madre, rimasta ormai sola, dal momento che noi figli avremmo continuato la nostra vita. In quel momento non ebbi la forza di controbattere, un po’ perché singhiozzavo, un po’ perchè non volevo assolutamente discuterne davanti ad altre trenta persone, e infine perché non avevo la minima idea di cosa sarebbe significato non avere più mio padre nella mia vita.

6 pensieri su “Quel settembre

  1. La tua insegnante mancò di delicatezza e sinceramente se ne uscì con un discorso proprio stupido. Sono i figli a sentire di più la mancanza dei genitori, proprio perché gli viene a mancare un tassello importantissimo della loro vita. Per un coniuge è difficile, certamente, ma credo sia molto diverso come sentimento.

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