Un amico pubblica su Facebook una foto in cui mostra la situazione metereologica del giorno: nebbia fittissima che non fa filtrare luce, pioggia e freddo.

“Di più triste conosco solo le sigle dei programmi di Rete4 la domenica mattina” scrive – chissà perché, poi? E per quale motivo, allora, continui a sintonizzarti su quella rete la domenica mattina? gli ho chiesto. Ha detto che si trattava più di un vecchio ricordo, quando la domenica mattina si svegliava sentendo la tv borbottare in cucina insieme all’odore del sugo. E ti alzavi per andare a fare colazione con pane e sugo (che te ne fai della zuppa di latte?), gli ho risposto.

Comunque, pensando alle sigle, a me viene in mente quella del Tg5 delle sei del mattino – magari con la faccia di Mentana (sono arcaica, lo so). Ed è subito angoscia anche per me.

Quella sigla, con la Terra che ruota e il motivetto ansiogeno mentre scorrono i titoli del giornale, mi ricorda le mattine da pendolare all’università, quando mi svegliavo prestissimo per andare a seguire le lezioni oppure per fare un esame. Mi torna il tremolio alle gambe e la stretta allo stomaco quando penso a me che, bevendo al volo il caffè in cucina, ripetevo le ultime cose, con un quaderno, un libro, un appunto sotto gli occhi.

Poi, mi ricorda le mattine del lungo periodo in cui ho lavorato a Napoli. Se ci ripenso, che vita triste. Chiusa tra quelle quattro mura cinque giorni su sette, come un pulcino da allevamento, come una cavia da laboratorio, sotto i grandi neon bianchi perennemente accesi. Uscivo alle sette e mezzo e rientravo, quando tutto andava bene, alle sette e mezzo (di sera). Pranzavo con pietanze che sapevano di plastica e bytes. Sono consapevole che è così la vita della maggior parte delle persone, ma io ne ero perennemente, eccessivamente angosciata e questa angoscia non me la scrollo di dosso, neppure a distanza di più di due anni (l’ultimo giorno concreto di lavoro).

Quella sigla mi ricorda anche delle mattine in cui dovevo andare chissà dove, lontano, per cui si rendeva necessario partire presto. Per motivi belli o brutti, per questioni di futuro o di presente.

E poi mi ricorda le notti insonni. Quelle notti in cui accendi la tv sperando che ti canti la ninna nanna e invece in un baleno è già ora del primo tg mattutino. E ti ritrovi ad ascoltare quella sigla senza troppa attenzione, ma con gli occhi sbarrati e rossi che ti bruciano per il sonno perso.

Insomma, preferisco la sigla, che so, di Non è la Rai, quando mi divertivo a ballare e cantare con le ragazze in tv. O quella di Doc, per citare qualcosa di più recente, che ascolto mentre piego la biancheria pulita o mentre carico la lavastoviglie. Ma anche quella di Masha e Orso, che segna l’inizio di una breve tregua dalle monellerie di Poppi.

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14 pensieri su “Sigle angoscianti

      1. In realtà non mi viene in mente nulla di spicifico (forse qualcuna di qualche notiziario locale), però è vero: sono state “composte” per destare e attirare l’attenzione. 🙂

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  1. Buongiorno 😁 e fu subito “angoscia da esame”😂 tolto ciò (ma sì dai… in effetti è stato bello anche quel tempo), ho apprezzato molto quello che hai scritto.. Masha e orso compresi 😂😂

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  2. A me ORA angosciano tutte le sigle dei telegiornali, di qualsiasi canale, perché introducono sempre la solita litania sul Covid. che mi crea ansia ed agitazione.
    Faccio come lo struzzo: cambio canale o spengo la TV, non ce la faccio davvero più ad ascoltare notizie negative e pessimistiche.

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  3. Hai ragione, Enza, ci sono musiche che riaprono mondi ed esperienze che sembravano non esistere più. Quando sento una sigla di un telefilm, per esempio l’ispettore der Rick, guardavo sempre con mio padre, mi viene una gran tristezza… E così le sigle dei cartoni animati.non mi ci far pensare…

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