Adolescenza

«Mamma, come si fa ad amare quando non si ama più?»

La mamma continua a tenere lo sguardo al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la Nana Bianca Gigante Rossa detta Silvia.

«Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto».

Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue

Un’amica, incuriosita dall’ultimo libro di D’Avenia, me ne parla entusiasta, consigliandomelo. Una volta in libreria, scopro che il volume non è tra i più economici. Così, decido di optare, completamente alla cieca, per il primo grandissimo, indiscusso successo del Prof. 2.0: Bianca come il latte, rossa come il sangue (qui la trama). Rimando l’acquisto della novità ad un secondo momento, anche per conoscere lo stile dello scrittore e testarne la compatibilità con il mio gusto personale.

Apro il libro e mi accorgo che il protagonista, nonché voce narrante, è un adolescente. Oh, no (ormai lo sapete): non è una fascia d’età che mi attrae in modo entusiasmante.

Al contrario, mi irritano alcuni atteggiamenti tipici degli adolescenti, egregiamente rappresentati nel romanzo: la sfrontatezza che caratterizza le abituali interazioni degli adolescenti, allo scopo di apparire brillanti agli occhi degli altri; l’abilità di cogliere e sottolineare le vulnerabilità altrui per ingigantire il proprio ego; la sfida aperta con chiunque rappresenti un’autorità; la necessità di mettere alla prova i propri limiti – divorare il numero maggiore di cheeseburger, azionare i freni del motorino quanto più vicino possibile agli ostacoli da evitare. 

All’inizio del romanzo, due ulteriori aspetti mi colpiscono: la pagina che il protagonista dedica alla descrizione dei suoi capelli, che mi riporta alla mente una famosa canzone di Niccolò Fabi; e l’amore idealizzato, unitamente alla costellazione dei personaggi, mi ricordano Alice e Mattia di La solitudine dei numeri primi (di cui parlerò nel prossimo commento).

Continuo a leggere, persa nel flusso apparentemente sconnesso dei pensieri adolescenziali. Tornare tra i banchi di scuola, rivivere le corse in motorino, riassaporare le cotte che si diventano una ragione di vita non è poi così malvagio come temevo. Lo trovo rilassante.

Mi piace il modo in cui Leo adatta la realtà al suo mondo interno, attribuendo nella sua mente, ad esempio, nomignoli alle persone – l’infermiera Simmenthal, il SognatoreErika-con-la-kappa. Provo molta tenerezza di fronte ai segnali d’aiuto ben camuffati che Leo invia continuamente: anche se è difficile ammetterlo, sente forte l’esigenza del supporto e del conforto dal mondo degli adulti. D’altra parte, il giovane si ritrova, brutalmente, in una situazione più complicata di quanto le sue facoltà siano in grado di comprendere e gestire: una situazione che implica l’alone della morte. La Morte, questa sconosciuta, quindi, non è poi così lontana; tuttavia, non è possibile né accettabile che essa esista in un’età in cui ci si sente invincibili, eroi trionfanti di qualsiasi sfida.

L’ondeggiare di Leo tra il desiderio della speranza (a braccetto con un ottimismo che non accetta compromessi) e la disillusione più nera mi rende comprensiva: queste oscillazioni mi attanagliano tuttora! E alcuni elementi di ingenuità, come il non capire che l’amico di cui il professore gli parla è il professore stesso, mi fanno sorridere. 

Ma l’aspetto che mi piace di più è l’apertura al divenire delle possibilità: Leo non ha le idee molto chiare, per questo è alla ricerca di risposte e rincorre, tenace, un sogno. In questa sfegatata ricerca, coltiva tutte le sue potenzialità:

Potrei diventare uno scrittore? Non posso, però, neppure escludere del tutto di diventare un astrofisico. 

Leo

Cresce e matura con l’incedere dei capitoli, questo adolescente intelligente, e fa in modo che, arrivata all’ultima pagina, io abbia una visione dell’adolescenza così diversa da quella che avevo prima di imbattermi nel libro in questione. Come succede con i bambini, infatti, anche se in maniera diversa – con le sfide che ci pongono, con un’energia senza paragoni, con le crisi esistenziali, i sogni e le speranze – i teenagers hanno tanto da insegnare agli adulti.

Un ultimo cenno va al bellissimo personaggio del professore che, con maestria e pazienza, riesce ad entrare in sintonia con il giovane protagonista. Mi ricorda qualcuno che conosco, a cui, senza ombra di dubbio, consiglierò la lettura del romanzo (Andrea).

Curiosità su Alessandro D’Avenia (1977)

Nato a Palermo, ha studiato Lettere classiche a Roma, per poi trasferirsi a Milano, dove insegna al Liceo.

Va in giro per la città in bici, che secondo lui è un modo di stare al mondo e guardare la realtà.

Sostiene che ogni docente, per capire realmente se desidera insegnare, dovrebbe affrontare la sfida di riuscire a spiegare qualcosa a un dodicenne.

Cura il blog Prof 2.0, con l’auspicio di superare una scuola passiva a vantaggio di un laboratorio di idee dove ognuno sia alunno e maestro contemporaneamente.

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10 pensieri su “‘Bianca come il latte, rossa come il sangue’ di A. D’Avenia

      1. Ciao Enza, mnon scusarti per il ritardo, non importa. Grazie per il consiglio, appena posso guarderò il suo blog.
        Buona notte anche a te! 🙂

        "Mi piace"

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