Passai di lì qualche giorno dopo la sua dipartita.

Vidi l’auto di uno dei suoi figli parcheggiata esattamente nel punto dove un tempo parcheggiava suo marito, il vecchio professore. Poi, sollevai lo sguardo. Le imposte di quella finestra erano aperte, e io non ricordavo di averle mai viste aperte, specialmente col buio.
Che strano, pensai. Chissà cosa avrebbe detto lei, in merito. Forse sarebbe andata di corsa a chiuderle. Forse avrebbe rimproverato i figli per quella dimenticanza. Dopo tutto, cosa ne sapevano, loro, che da anni non vivevano più lì, di come la mamma sistemava le imposte col buio?

Fu come se quel dettaglio parlasse della sua assenza. Come se quella casa, ormai, già non fosse più la sua casa.

Quanto tempo occorre perché questo accada, quando qualcuno muore? Sono sufficienti un paio di giorni?

Cosa importa, conclusi, alla fine di questa lunga associazione di pensieri, durata il tempo del passaggio in auto sotto quella finestra. Lei se ne è andata e ora abita altri luoghi, prenderà nuove abitudini e parlerà nuove lingue. Avrà nuove imposte e nuovi modi di vivere la luce e il buio.

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