Continua dal post precedente.

<<Signora, Lei sta per partorire – mi dice la ginecologa del pronto soccorso mentre ancora mi sta visitando. – Quando aveva intenzione di venire?>>

Sono le 20 del dodici agosto. Ho avuto la prima contrazione alle 17.20, e non avevo neppure capito che fosse una contrazione. Ho aspettato mezz’ora che arrivasse qualcuno a visitarmi, davanti alla stanza in fondo a sinistra della clinica semivuota, piegata dalle contrazioni che si sono intensificate sempre più. Prima ancora ho impiegato almeno altri venti minuti per capire dove fosse il triage, raggiungerlo sulle mie gambe, sempre piegata dalle contrazioni, fare il tampone e poi tornare sui miei passi per consegnare l’esito del tampone alla guardia/sbarra. E ora devo pure beccarmi la ramanzina?

<<L’epidurale non gliela possiamo fare>> continua la ginecologa, con aria impassibile. Ed è proprio in questo preciso istante che crolla tutto il duro lavoro fatto su me stessa. Sì, proprio quello sulla paura del parto e sull’energia che la contrasta. Stesa sul lettino e letteralmente stesa anche dal dolore e dall’ansia, conservo un briciolo di lucidità per poter chiedere, con voce allarmata: <<Partorirò senza anestesia?>>. E, senza aspettare la risposta, la mia voce interiore, quella che dà vita ai pensieri negativi, comincia a malignare. Lo sapevo! Te lo avevo detto che sarebbe andata male! Stanno prendendo forma tutte le tue paure! Per fortuna la dottoressa spezza il terrificante climax ascendente: <<Le faremo la spinale>>.

Subito dopo cominciano le domande: <<Dove sono le ultime analisi?>> incalza la dottoressa, che mi sembra ai limiti della sopportazione – sarà che siamo a fine turno, ma un blocco di ghiaccio avrebbe più empatia nei miei confronti. Nel frattempo, l’ostetrica compila la cartella clinica: <<Che lavoro fa suo marito?>>. <<Ahi!>> mi lascio sfuggire all’ennesima contrazione, mentre mi contorco sulla sedia. A che diavolo serve sapere la professione di mio marito ai fini del parto? mi chiedo, curiosa come quando me lo hanno chiesto al primo parto.

Dentro di me l’ottimismo e la gioia della nascita fanno a cazzotti con la paura, con l’ansia, con il dolore fisico, soprattutto quando la ginecologa continua a chiamare con insistenza l’anestesista che non risponde e l’ostetrica continua a chiamare una sedia a rotelle che tarda ad arrivare, per trasportarmi direttamente in sala parto. Ora passo per l’ingresso e saluto – da lontano, causa coronavirus – mio marito che intanto ha lasciato le valigie, da cui l’OSS che spinge la mia sedia preleva il famoso sacco nascita per la bimba.

Sono preoccupata, perciò appena arrivo in sala parto, mentre l’ostetrica mi attacca una flebo, le chiedo prostrata: <<Ma me la fate l’anestesia?>>. Anestesia, che bella parola. Il mio unico pensiero adesso che i dolori sono diventati insopportabili, tanto che, esasperata, urlo: <<Aiuto! Aiutatemi!>>. La dolcissima OSS che si aggira in sala parto mi guarda con uno sguardo tra la tenerezza, la pena e la rassegnazione: la sua espressione vuole consolarmi ma quello che realmente traspare è: Bella mia, questo è. Porta pazienza.

Dell’anestesista neppure l’ombra e l’agitazione aumenta: mi visitano ogni cinque minuti, ormai, per controllare la dilatazione. Allora vedo il crocifisso di fronte a me e comincio a pregare. Prego Dio, prego Gesù, prego San Gerardo al quale sono particolarmente legata, ma soprattutto prego mio padre, che non mi lascia mai da sola. E quando finalmente arriva l’anestesista, tiro un sospiro di sollievo. Sono in apnea mentre mi infila l’ago tra le vertebre e ricevo persino un complimento per non aver battuto ciglio. Ci mancherebbe, non aspettavo altro!

Ora mi sento più tranquilla, anche se tremo tutta e ho brividi di freddo. Mia figlia sta per arrivare. Non sento più dolore, avverto soltanto la forza delle contrazioni. È ora di spingere. E mentre afferro le maniglie del lettino, mi sembra di stringere le mani di mio padre.

Sono le 21.43 e la dolce OSS che mi ha assistito e incoraggiato in questo incredibile, intenso ma breve viaggio chiamato travaglio, scatta la prima foto alla mia seconda figlia per inviarla subito al papà.

Il resto l’ho già raccontato.

5 pensieri su “Un viaggio lungo un vagito

  1. Riguardo l’anestesia.
    Ho subìto 2 interventi chirurgici, per il primo mi fecero l’epidurale ma non so se abbiano sbagliato loro, fatto sta che l’iniezione mi fece un male pazzesco, insopportabile, mai avuto un male così.
    La seconda volta anestesia totale con mascherina, un dolce addormentarmi.

    Molto bella la descrizione di quei momenti, grazie.

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    1. Si vede che non hai mai partorito! 😜 Scherzo, naturalmente. Può darsi che effettivamente abbiano beccato un punto particolarmente sensibile.
      Effettivamente non saprei dirti quanto fanno male, epidurale e spinale… ero troppo presa dal dolore delle contrazioni!

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  2. Non mi è piaciuto molto il comportament di alcune persone all’interno dell’Ospedale, ma se non altro sei una mamma al quadrato, per dirla con un linguaggio matematico! Un abbraccio ed un bacino! ❤

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