Continua dal post precedente.

<<Dottoressa ho un po’ paura del parto>> dico alla ginecologa alla fine della visita del nono mese.

<<Enza, cara, in Namibia partoriscono senza ospedali>> è la sua risposta secca che mi zittisce – e non mi consola. Guardare chi sta peggio non sempre è una consolazione, non per me. Sì, è vero, per secoli le donne hanno partorito senza epidurale e sono sopravvissute al dolore. In effetti, ultimamente, chiedo sempre a mia madre di raccontarmi dei suoi parti. Lei può capirmi. E probabilmente è l’unica che, come sempre, riesce a calmarmi, a placare per un attimo la mia inquietudine. <<Mamma, come hai fatto senza anestesia? Cosa hai provato? Quanto è durato il travaglio? Hai sofferto tanto? >> le chiedo nei momenti di massima agitazione, come se io non avessi mai partorito e non abbia la minima idea di ciò che mi aspetta.

Ho una dannata paura del parto e riesco anche a datare esattamente l’insorgenza di questa paura: il momento in cui la ginecologa mi ha detto di prenotare la visita anestesiologica. Oh cavolo – ho pensato – quindi la gravidanza volge al termine, e questo vuol dire che il parto si avvicina.

<<Perché tutta questa paura? >> mi chiedono. Mah, chissà. Neanche se una creatura di qualche chilo dovesse passare per un canale così stretto. Neanche se i rischi legati al parto fossero inesistenti. Neanche se le complicazioni e le conseguenze appartenessero al mondo degli unicorni. Boh, chissà perché ho paura del parto.

<<Ma il primo parto come è andato? >> continuano. È andato dannatamente bene, è questo il punto. Tutto rapido e indolore, meglio delle aspettative più rosee. E allora mica mi può andare sempre bene? E poi Rosanna era un fagottino di poco più di due chili. E poi ogni gravidanza è diversa, lo dicono tutti. E anche ogni parto. E poi sono due anni più vecchia. E poi ho troppa paura di soffrire. E poi e poi e poi potrei continuare all’infinito.

Perché una donna può anche partorire mille volte, secondo me, ma avrà sempre paura del parto ed è lecito, direi.

Insomma, questa paura mi paralizza, mentalmente e fisicamente. Si è impossessata di me. Non faccio altro che pensare al parto e a quanto siano beati quelli che non devono partorire.

Dimostrazione di tutto questo è la notte in cui sono a 36 settimane e 2 giorni, epoca gestazionale in cui ho partorito la mia prima figlia. Una notte terribile. Mi sveglio di continuo, sudo, ho la tachicardia, mi viene da vomitare. Penso che a breve partorirò, e mi agito sempre di più. Del travaglio, però, neppure l’ombra. Anzi, pare proprio che questi sintomi siano la spia di qualcos’altro.

Insomma, sono paralizzata ma continuo a invocare il parto come una liberazione. Voglio partorire, ho bisogno letteralmente di espellere questa creatura che porto dentro, che ha cambiato così tanto il mio corpo da farmelo percepire come un estraneo. Mi è difficile persino camminare, compiere le azioni più semplici, come fare la doccia, perché la pancia è grossa quasi quanto l’apertura del box. Prendermi cura della mia bambina è un’impresa difficilissima, che rasenta l’impossibile.

Ciò che mi risveglia dal torpore e dall’immobilità che il terrore genera è una riflessione: può un bambino nascere nella paura? È giusto? E così faccio appello a un’energia che batte ogni paura, la relega in un angolo e le conferisce il giusto peso: è l’energia della vita e dell’amore. L’energia della vita, comincio a pensare, non può e non deve lasciarsi intimidire dalla paura. Vince su tutto. Allora, cara Enza, che tu abbia paura o meno, partorirai. E partorirai con gran dolore, è scritto. Magari oggi no, o meglio, ci sono buone possibilità che partorirai senza dolore. Perciò, respira, e pensa a ciò che il parto porterà di bello: la tua bambina, il suo pianto che ti farà tremare dalla gioia. Concentrati sull’energia che il parto sprigiona, un’energia senza eguali. Concentrati sul coraggio che devi necessariamente avere per dare alla luce una bambina e tiralo fuori. Si è nascosto proprio dietro quella paura che ti attanaglia la mente, le ore, le emozioni e ti annebbia la vista del cuore. Tuttavia, esiste in te dal momento in cui hai concepito, e lo sai. Perché ci vuole coraggio a mettere al mondo un figlio. Allora smettila di frignare come una bambina. Ora la bambina non sei più tu, ma le tue figlie che hanno bisogno di te.

Il finale di questa storia è incredibile: Matilda nasce esattamente quando smetto di avere paura.

Devo ammettere però che quella paura si è ripresentata in sala parto. Ma questa è un’altra storia – come sarà andata a finire?

Segue

10 pensieri su “L’energia che batte ogni paura

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