<<Ahi!>> mi risveglio così dal consueto pisolino pomeridiano. Guardo la sveglia: sono le 17.20.

Sdraiata sul letto accanto a mia figlia che dorme, nella penombra di un caldo pomeriggio estivo, penso: Cosa sarà questo dolore? Una contrazione? Impossibile, non le ricordo così. Intanto, dentro di me si fa strada il pensiero di questa possibilità piuttosto verosimile. Dopo tutto, sono a trentanove settimane di gravidanza. Poiché invoco questo momento ormai da un po’, mi viene da sorridere e da stringere i pugni in segno di vittoria – quasi in senso liberatorio – mentre dico a mia madre: <<Mamma, forse ho avuto una contrazione>>.

Decidiamo così di aspettare per vedere se ne arriverà un’altra e dopo quanto tempo. Mi stendo di nuovo sul letto. E’ l’unica cosa che mi riesce bene ultimamente. Per il resto, sono un’ameba, tra il caldo soffocante, il peso da balena, il gonfiore e gli ormoni.

Ore 18.10, guardo di nuovo la sveglia: forse ho avuto un’altra contrazione. E’ meglio che cominci a prepararmi. Corro a fare una doccia: un’altra contrazione. Mi scorre l’acqua addosso: ancora una. Ok, direi che sono in travaglio. Penso sia il caso di chiamare mio marito per farmi accompagnare in clinica. Mi vesto di fretta e porto le valigie davanti alla porta. A questo punto ho perso il conto delle contrazioni. Mi hanno pure rallentato, perché quando arrivano devo fermarmi, chiudere gli occhi e respirare, in attesa che l’onda di energia della vita si plachi e tutto torni a tacere. Sono sempre più forti e ravvicinate. Ma non penso proprio che partorirò a breve: è passata poco più di un’ora dall’inizio del travaglio!

Nel frattempo mio marito arriva a casa dal lavoro. Mi chiede se può darsi una sistemata o dobbiamo correre in clinica. Forte della mia convinzione, gli dico di cambiarsi pure. Saluto la mia piccola, che resta con la nonna, spiegandole che la mamma va a prendere la sorellina e tornerà presto. Lei mi guarda come rassegnata, con uno sguardo tra il nostalgico e il preoccupato e a me si spezza il cuore. Sono felice che la mia seconda bimba stia per nascere, ma sono distrutta dal pensiero di dover lasciare la prima per qualche giorno: è il nostro primo distacco. So benissimo che sentirà poco la mia mancanza e che sarà tranquilla e sono consapevole che, probabilmente, l’ansia da separazione è più la mia che la sua. Bando alle ciance, non c’è tempo per questo, le contrazioni incalzano. Scendiamo in garage e intanto arriva mia cognata, pronta a portare, come ogni pomeriggio, mia figlia ai giardinetti. Le dico che è arrivata l’ora. Poi, presa dall’entusiasmo, dopo una contrazione che mi è sembrata lunga un’eternità, la abbraccio come non ho mai fatto prima e mi vengono le lacrime agli occhi: commozione, paura, dolore, un mix di emozioni che distinguo alla perfezione e che cerco di memorizzare, perché non voglio dimenticare nulla di questi momenti.

Partiamo e rivivo le curve per arrivare in clinica ricordando il primo parto. Due anni fa era l’alba di una giornata primaverile, oggi è il tramonto di una calda giornata estiva. Due anni fa ho pensato che avremmo ripercorso la strada del ritorno in tre, oggi penso che ripercorreremo questa stessa strada in quattro.

Decido di immortalare questo istante in una foto, a cui do, nella mia mente, il titolo Andiamo a partorire. Sono abbastanza tranquilla. Mi sento felice e non vedo l’ora di conoscere Matilda.

Segue

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