GIORNO 6. DIALOGHI (O MONOLOGHI?) TERAPEUTICI

Leggi il giorno 1.

– Dottore, credo di star facendo qualche passo in avanti.

La scorsa settimana, quando ho chiuso questa porta alle mie spalle, sono rimasta bloccata per qualche secondo. Poi ho respirato a fondo. Mi sono ricomposta, e sa cosa ho fatto? Sono andata a fare una passeggiata in centro. Sono passata davanti a uno di quei bar con i tavolini all’aperto, con gli ombrelloni e gli spritz sul tavolo. E sa cosa ho fatto? Mi ci sono fermata. Mi sono seduta, ho appoggiato la borsa sulla sedia accanto a me e ho sfogliato il menu. Ho ordinato un campari corretto e tanti stuzzichini. E ho pure chiesto un posacenere.

Cosa ci sarà di tanto eccezionale in questo? penserà. Forse per Lei, nulla. Per me, invece, c’è la speranza che qualcosa nel profondo stia cambiando. Sì, proprio io, mi sono seduta al bar in centro e ho bevuto un alcolico e fumato una sigaretta. Da sola. E andate a farvi friggere, non m’importa nulla di quello che voialtri pensate di me. Sono una donna che si gode il suo drink al bar, da sola. Cosa c’è di male? Che do una brutta immagine di me? E perché mai? Non sarà uno svago a cambiare l’immagine che gli altri hanno di me. C’è di male che do l’impressione di essere un’alcolizzata disperata? Mah, erano anni che non sperimentavo un attimo di serenità così pervasiva, che non mi sentivo così sicura di me.

Aspetti, il bello deve ancora venire. Mentre prendevo un sorso, mi sono guardata intorno – soltanto per curiosità e finalmente senza paura o sospetti. C’era un uomo accoccolato, proprio di fronte a me, che scattava foto con la sua reflex. Mi è venuto da sorridere. Poi, complice la disinibizione da alcolici – il campari mi stende, davvero – mi sono alzata dalla sedia e mi sono avvicinata all’uomo nascosto dall’obiettivo. “Me la fa vedere?” gli ho chiesto, senza troppi preamboli, allungando la mano, quasi fosse una pretesa. Lui, senza controbattere, mi ha passato la fotocamera.

La foto mi ha lasciato senza fiato. Provi a immaginare come deve essere vedersi in uno scatto che sembra una cartolina. Quasi quasi, neppure mi riconoscevo. La mia sagoma rilassata controluce, il bicchiere colorato attraversato dagli ultimi raggi di sole, un palazzo storico alle mie spalle e passanti distratti che chiacchierano.

Io, protagonista di una foto. “Come la intitolerà?” ho chiesto all’uomo. E lui, prontamente: “Oltre la luce”. “Originale – ho risposto. – Ho sempre fantasticato su cosa ci fosse oltre il buio, ma oltre la luce, a quello non c’avevo mai pensato” e mi sono allontanata.

Ho finito il mio drink e sono tornata a casa, con una nuova luce, vedendomi sotto una nuova luce.

Leggi il giorno 7.

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18 pensieri su “Controluce

  1. Bellissimo, Enza… ❤ Mi immagino questo racconto come se fosse ambientato in questo momento del tutto particolare, in cui tutti prestano attenzione, ma qualcuno deve rompere gli schemi della monotonia, e fare qualcosa che adesso suonerebbe forse troppo trasgressivo, come prendersi un aperitivo… 🙂
    Buonanotte! 😉

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