GIORNO 3. DIALOGHI (O MONOLOGHI?) TERAPEUTICI

Leggi il giorno 1.

– Io l’avevo trovata quella persona, dottore. Ero stata fortunata. Mi sentivo una prescelta, perché avevo accanto a me l’altra metà di me, il mio complementare. E invece sono stata stupida. Me la sono lasciata scappare.

Quello che ho capito in questi lunghi anni di solitudine è che non possiamo cercare la nostra felicità in qualcun altro. È in noi, che dobbiamo ricercare il nostro benessere. È con noi che dobbiamo stare bene, se vogliamo stare bene anche con gli altri.

Ora so che è per questo motivo che l’ho persa.

Quanti, dottore, raggiungono questa consapevolezza? Io non credo molti. Anzi, la maggior parte della gente non si mette mai in discussione. Non riflette, non lavora su se stessa. Io lavoro molto su me stessa. Che ne pensa, dottore, lavoro bene? Aspetti, non risponda. Devo trovare da sola la risposta. Io studio, dottore, non sono mica una sprovveduta. Lo so che lo psicoterapeuta non dà risposte preconfezionate al paziente, che è il paziente che deve trovare le sue risposte con l’aiuto del terapeuta. Ecco, a me sembra che parlare con Lei mi restituisca tante risposte, persino quelle che non sto cercando.

Per esempio, ieri ho ripensato al lungo viaggio in cui mi buttai subito dopo la rottura con Emme. – Non posso dirle il nome, dottore. Magari un giorno, poi, le spiego. – Comunque. Io. Da sola.

Mi ci vede, in Giappone, da sola? Io, che per attraversare la strada ho ancora bisogno di compagnia? Eppure, senza pensarci due volte, sono partita. Erano anni che non prendevo ferie così prolungate.

Certo, non sono stata capace di organizzare da sola il viaggio. Mi sono affidata a un’agenzia che ha pensato a tutto. Io ho dovuto soltanto prendere l’aereo. Appena atterrata, mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Le indicazioni in giapponese, il mio inglese a dir poco imperfetto, il fuso orario e il viaggio interminabile. Ma pian piano ho cominciato ad ambientarmi, persino a prenderci gusto.

Ecco, non sono qui a pagare cento euro all’ora per raccontare della mia esperienza in Giappone. Quello che volevo dire è che ho sempre ripensato a quel viaggio con una certa angoscia. Addirittura con una certa pena per me stessa. Sì, mi facevo pena perché mi vedevo, tutta sola, la poverina che era scappata lontano per alleviare le pene d’amore. La zitella che si concede un po’ di svago perché non si è mai fatta una vacanza, perché sola. La zitella che guadagna bene ma non sa cosa farsene dei soldi, perché tanto non ha nessuno. – Piccola parentesi. Sarà mica per questo che vengo qui? Per ingannare me stessa, convincendomi di aver trovato un buon modo per spendere i miei soldi? Ci penserò. – Dicevo, persino nel villaggio a cinque stelle a Ishigaki ero sola. Sola, circondata da mille persone. L’unica con cui riuscivo a scambiare due parole era la cameriera che mi serviva la cena. Che scenetta penosa: io che bevo un cocktail sotto l’ombrellone; io che sorseggio un drink al bar; io che siedo a guardare gli spettacoli serali; io che mangio al tavolo dopo averlo riempito di ogni ben di Dio; io che cerco di partecipare alle mille attività programmate; io che trascino le valigie pesanti per andar via. Tutto questo, da sola. E questo essere da sola mi faceva provare angoscia. In quel momento, talvolta, e in seguito.

Dottore, lo sa, ieri per la prima volta ho ripensato a quella vacanza in maniera differente. Non so per quale motivo, vorrei ma non non riesco a visualizzare le connessioni che si sono create nella mia mente dopo l’ultimo incontro. Non so come sono arrivata a quella vacanza e a questa nuova lettura. Per la prima volta, ho visto quel viaggio come un’opportunità. Un’occasione per me, solo e soltanto per me, per ritrovare me stessa, per coccolarmi, per pensare a me come a una persona capace di perseguire il proprio benessere anche da sola. Una persona che non ha bisogno di balie di compagnie per vivere. Ieri ho ripensato a me da sola come a una donna con gli attributi che dopo un momento di folle depressione ha deciso di mettersi alla prova. Sono fuggita, è vero, ma chi non lo ha mai fatto? L’importante è che io sia tornata. In fondo, era soltanto una vacanza.

Io posso vivere da sola. Posso uscire, incontrare gente, divertirmi, viaggiare, fare shopping, frequentare posti esclusivi. Io posso vivere, da sola, una vita felice. Ho un lavoro di tutto rispetto, che adoro. Io ho il diritto di vivere una vita felice.

Dottore, solo una cosa non ho capito: come si fa a mettere in pratica queste belle prese di coscienza?

Leggi il giorno 4.

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3 pensieri su “Cento all’ora

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