Giorno 2. Dialoghi (o monologhi?) terapeutici

Leggi il giorno 1.

– Poi, comunque, quei problemi li ho superati, dottore. Da sola, eh, sia ben chiaro. Ora infatti non sono qui per un motivo in particolare. Sono qui perché ho bisogno di parlare. Siccome nessuno sa ascoltarmi come vorrei, pago qualcuno per poter parlare! Per essere capita! La gente è troppo presa da sé. Sempre di fretta, ti chiede “Come stai?” e poi non è interessata alla risposta, e dopo cinque minuti che parli per spiegare come stai comincia a guardare l’orologio, a sbuffare, ad agitarsi.

Ah ma io ho imparato cosa rispondere, sa. Al “Come stai”, dico “Bene”. E la chiudo lì. Col tempo ho capito che si tratta di una domanda di rito, una domanda retorica. Come stai – bene e tu – bene grazie. Questo è lo schema. Allora quando esci dallo schema provando ad articolare una risposta realistica, la persona di fronte a te rimane spiazzata. Insomma, dottore, quando incontro qualcuno, non chiedo più come stai, e non voglio che mi sia chiesto. Non ha senso.

Solo una volta una persona è andata oltre il mio formale “Tutto bene”.

Ci incontrammo per caso in un centro commerciale. Io uscivo da un negozio di abbigliamento e lei stava per entrarvi. Ci scontrammo e misi il piede in fallo. Ahi, ricordo ancora la fitta. Mi sentii così goffa. Mi vedevo dall’esterno: le mani piene di buste, il giubbotto sull’avambraccio, che stava per scivolare per terra, le guance infuocate a causa della temperatura troppo elevata. Nonostante il dolore, il primo pensiero furono i capelli. Cercai di sistemarli con le mani. Poi questa persona incalzò: “Stai bene?”. Ecco, pensai, la classica domanda di rito. “Tutto bene”, risposi senza neppure guardarla in volto, e continuai a raccogliere il resto delle buste volato sul pavimento. Sorridendo mi disse “Ti va un caffè?” e indicò un bar alle sue spalle. “Se non vai di fretta”, precisai, forse anche con una certa acidità. “Magari posso chiedere del ghiaccio per il piede” e mi sciolsi anch’io in un sorriso. Come potevo rifiutare? Per una volta sentivo la sincerità in quella domanda che tanto odio.

Ci sedemmo e alla fine dimenticai della fitta al piede. Non me ne curai. Stavo molto meglio di tutte le volte che raccontavo a qualcuno come mi sentivo realmente in risposta a quella stupida domanda di cortesia. Sorseggiammo il caffè, ci guardammo negli occhi per lunghi attimi in cui non sentivo più battere il cuore. Sorridemmo. Sperimentammo una complicità che non pensavo potesse esistere tra due perfetti sconosciuti. E dimenticai il dolore e dimenticai pure tutti i miei mali.

Forse è questo, dottore, il segreto per stare bene? Trovare un motivo per non pensare ai problemi?

Il punto è che non sempre abbiamo la fortuna di incontrare la persona che ce li fa dimenticare. Quella con cui tutto il resto svanisce. Quella che se le sfiori la mano, sai che in quel momento potrebbe anche scoppiare una guerra ma a te non fregherebbe, perché sei totalmente preso dall’emozione del contatto pelle a pelle.

E soprattutto, bisogna esser bravi a trattenerla, quella persona, a non lasciarla scappare. A stringerla a sé quando si è ancora in tempo, quando non è troppo tardi.

Lei l’ha trovata, dottore, questa persona?

Leggi il giorno 3.

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16 pensieri su “Come stai?

  1. Come stai??? Ormai una frase fatta… non sa di niente. Piuttosto come ti va la vita.. Raccontami di te.. E li davvero capisci chi vuole realmente ascoltarti… A trovarne persone così

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