Parte I

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“Poverina…mi dispiace moltissimo” – “Così carina e così sfortunata” – “Che pena mi fa”.

Tu che parli a vanvera, forse sei anche intelligente… di base.

Forse sei bellissima, con un fisico prorompente e una valigetta da donna in carriera al braccio, tacchi alti e un incedere sicuro. Sicuro soltanto all’apparenza. Ti tradisce quel tuo guardarti attorno sospettosa perché temi gli altri e la loro superiorità sulla tua bravura incompresa.

O forse, sei minuta, con il naso un po’ arcigno, la bocca leggermente asimmetrica segnata da un rosso vivo (forse troppo vivo) e la pancia più pronunciata rispetto alla proporzione con la tua eccessiva non altezza. Però, sei cazzuta all’inverosimile, tanto da essere padrona non solo di te stessa, ma anche delle persone che ti circondano. O forse, invece, non hai parlato per anni, e intanto giravi il mondo con i tuoi genitori che ti portavano da specialisti luminari illustri, senza risultato. Tu sempre muta, mentre i tuoi occhi del colore del mare osservavano il cielo di giorno e montagne di libri di notte, fino a imparare quello che non avresti imparato in una vita intera. E solo allora le tue mani hanno iniziato a dipingere il mondo che era dentro di te e le tue labbra a cantare le storie che erano dentro di te. E da allora la tua voce e i tuoi quadri hanno iniziato a girare il mondo, e anche tu hai iniziato a girare il mondo, non più per essere sottoposta a visite specialistiche, ma per esibire la tua arte e incontrare migliaia di  ammiratori.

Forse quello che ti distingue, che è anche il tuo pregio, è la tua fragilità oppure la tua diversità dal canone di bellezza, o la tua fantasiosa pazzia. O forse è tutto quello che non sei, o meglio sei non.

Io non sono per niente poverina, non sono sfortunata, non c’è da dispiacersi per me o avere pena. Io non sono, anzi sono non.

Non sono banale. Non sono geniale. Non sono comune. Non mi confondo fra gli altri. Non sono pazzoide ma non sono monotona. Certo, faccio fatica a fare un sacco di cose comuni della vita, ma non darei la mia vita per nulla al mondo. Non sono forte, eppure non mi tiro indietro. Non sto in piedi. Non rimango a terra. Mi deprimo, a volte e a volte mi entusiasmo. Non guardatemi, ma non ignoratemi.

Non e non.

Questo penso ora, e questo stavo pensando, distesa nella penombra, della mia stanza di prima mattina quel giorno di fine febbraio, mentre il campanello suonava all’impazzata fino a quasi incendiarsi. La porta chiusa a chiave dall’interno, con la chiave inserita a metà della sua rotazione, impediva alla donna che viene due volte la settimana a fare i lavori di entrare con la chiave in suo possesso.

Non sapevo se alzarmi o no, avrei preferito non alzarmi. Ma era tempo ormai. L’animo grigio con tonalità di intenso nero di tre giorni prima si era colorato. Sì perché ero a letto da tre giorni, da quando avevo iniziato il mio triduo di meditazione.

Prima di cadere nella trance autolesionista, in verità, mi ci erano voluti tre giorni. Le coltellate infertemi sulla carne viva da quell’infame inqualificabile emerito buzzurro, che mi aveva tirata letteralmente energicamente su dall’aiuola in cui mi ero tuffata, avevano prodotto una maturazione lenta, dopo aver masticato con calma la rabbia.

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