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Caro te che leggi,

non erano passati tanti giorni da quando, di ritorno dal supermercato vicino casa, ho attraversato il viale in un punto a caso. Al centro, un marciapiede divide i due sensi di marcia. Veramente non è un marciapiede, ma una specie di aiuola con terra e arbusti. Non è molto alto, ma avevo la borsa abbastanza pesante appesa al braccio e cercavo, inoltre, di essere il più veloce possibile. Per cui, l’energia spesa per sollevare il piede destro non è stata sufficiente e mi sono trovata con la faccia a venti centimetri dal terriccio, dopo aver impattato parzialmente con l’arbusto che cresce al centro, salvata solo dal contenuto della borsa che si era interposta fra il mio seno e il suolo. Non ho sentito male al petto, bensì allo stinco della gamba sinistra: era atterrato violentemente sullo spigolo in sasso dell’aiuola. Maledette barriere architettoniche! Il mondo dovrebbe essere tutto in piano, come il mare. Una tavola infinita completamente spoglia. Sarebbe bello! Una monotona grande isola, senza alberi né asperità o avvallamenti da superare. Magari anche senza altre persone contro le quali si corre sempre il pericolo di urtare fisicamente e spiritualmente. Un mondo senza la strada, senza il marciapiede e senza quel soggetto che, non so se dire se fortunatamente o sfortunatamente, mi ha tirata su da terra, mentre stavo ancora cercando di inghiottire tutta la rabbia che mi era montata insieme alla bile, per essermi ritrovata in posizione semisdraiata a mostrare le mutande. Sì, perché proprio quella mattina stupidamente mi ero messa una gonna, cosa che non faccio quasi mai. Sopra, una maglietta che Daga ritiene orribile, e che a me invece piaceva tanto. Abercrombie, sei renne sciatrici. Odio lo sci, odio la neve e tutto quello che rappresenta in termini di scorrevole scivolosità con cadute annesse, ma quelle renne sono troppo simpatiche. Specie quella che si scatafascia. Sopra, una giacca di pelle nera. Metto quasi sempre una giacca, se sotto non ho i pantaloni: una giacca con tasche, così se mi serve neutralizzare la vivacità inutile della mano destra, la impacchetto nella tasca e buonanotte ai suonatori.

Stavo ancora masticando fiele quando ho sentito una voce con vago accento napoletano che gentilmente mi ha detto: «Ma cche cazzo faiii??? Te sì ciecàt o sì scema?».

Avevo un uovo spiccicato sulla maglietta, proprio dove c’è il disegno della renna scatafasciata. La rabbia mi era già salita a mille senza che l’uomo venuto dalla strada mi rivolgesse in quel modo il suo sostegno morale. Peraltro, era soltanto un sostegno propedeutico alla successiva fase di insulti. Stavo cercando di capire meglio cosa succedeva intorno, quando ho sentito una fitta al braccio destro. «Ma che cazzo dici!?» lo sconosciuto aveva continuato rivolgendosi a me che, per il dolore al braccio, oltretutto il destro, avevo espresso il mio sentimento di quel momento con un grugnito tipico del mio fraseggio.

Ero ormai quasi completamente in piedi quando il signore (il mio sollevatore) ha completato la sua personale disquisizione, arricchendola con elementi che dipingevano il quadro completo, a suo giudizio, della mia personalità. «Ma sì storpia, pefforza cadì. Nun si capisc neanch cosà cazzo rici. Ma che vai in giro, stattene a casa!» era ormai arrivato al suo decimo colorito epiteto. E io oltre alla bocca avevo ormai chiuso anche le orecchie. Con violenza e foga anche un po’ scoordinata, mi ha caricato sulle sue braccia e mi ha portato via dal centro della strada. Peccato che mi abbia portata dal lato da cui provenivo. Dopo avermi adagiata facendomi sbattere sul porfido del marciapiede la natica destra, quella più piccola, quella con meno ciccetta che protegge l’osso del sedere, se n’è andato bofonchiando. «Quelli come te dovrebbero rendersi conto di essere storpi e starsene a casa. E poi sempre lì a reclamare, voi paralitici. Pensate di avere difficoltà solo voi? E le mie difficoltà chi me le paga?». Finalmente ha terminato la sua filippica a metà fra il filosofico, il politico e il senza senso, rivolta al mondo intero, anche se non aveva nessuno attorno.

Io non avevo più le uova, la mia maglietta preferita era rovinata, avevo male alla gamba e la strada ancora da RI-attraversare. Un nodo mi stringeva la gola. Non so quanto sia rimasta a piagnucolare, raggomitolata con la testa fra le braccia esattamente dove l’energumeno mi aveva “adagiata”. Fortunatamente era passata poca gente, che tra l’altro non si era minimamente curata di me. Ero stata totalmente ignorata. Stupendo!

Mi sono fatta duecento più duecento metri in più di strada per arrivare fino al semaforo di via Verdi e attraversare in sicurezza. Sudata marcia, sgradevolmente olezzante, sporca di terra e di rametti di arbusto, nella speranza di non trovare vicini di casa.

«Gioia cara, ma sei caduta? Ti sei fatta male? Vuoi che ti medichi? Vuoi un bicchiere d’acqua?». «Vai a cagare!» è stato il mio irriverente pensiero. Un pensiero davvero inopportuno visto che il vecchietto, vedovo inconsolato da diversi anni, è sempre stato molto gentile con me e mai invadente. Io, stupida, che invece di mettere i miei soliti pantaloni avevo indossato la gonnellina e ora il colpo sullo stinco della gamba destra cominciava a essere ben visibile anche al catarattico nonnino.

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8 pensieri su “Diario di una ragazza che grufola – Equilibri e disequilibri materiali e spirituali – Parte 3

  1. Ma non si può ammazzare di botte il Napoletano e nessuno gli ha detto che anche ai cretini non è permesso gironzolare per strada e che farebbero meglio a starsene a casa invece che riversare la propria ‘merda’ sugli altri? Scusate ma non sopporto certe cose …

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