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Caro te che leggi,

Mi dicono spesso: Accettare se stessi non è mai sbagliato. Accettarsi è il solo modo di farsi accettare anche dagli altri. [Ci tengo a precisare che quest’ultima è una mia frase pubblicata su frasicelebri.it, mai rivolta a Laura.]

Ma cosa vuol dire? Accettare cosa?

Come si fa ad accettare una gamba che si ostina ad opporsi alle tue intenzioni? La taglieresti lasciandola al suo destino, brutta stronza. Non puoi neanche aiutarti con la mano, che a sua volta ha vita propria, e tu cerchi di renderla innocua costringendola a nascondersi in tasca. Ma basta che, per uno stupido istinto, io voglia formulare con la bocca qualche parola, che per uno strano inspiegabile collegamento elettrico fra bocca e braccio la mano decide di aiutare le corde vocali. Peccato che quello che riesce a produrre è soltanto un’attività muscolare violenta, che si accompagna a un intenso, insopportabile, prolungato dolore, e si protrae nella chiusura delle dita a pugno e il piegamento oltre il normale limite del polso.

Tu lo accetteresti?

Quella mattina, una delle prime in lockdown, mi ero alzata dal letto molto tardi. La sera prima non riuscivo ad addormentarmi. Penso di aver chiuso completamente gli occhi alle quattro o alle cinque. Ero agitata, non so perché. Mi mancava l’aria. Ero sola e molto incerta su cosa sarebbe successo nel mondo ma in particolare a me. Mi sono alzata come al solito sudaticcia, per il problema della mia parte destra neuropazza olezzante e mi sono messa sotto la doccia. Mentre sotto lo scroscio d’acqua mi rilassavo e mi accarezzavo, anche con un certo intimo piacere, la natica e la coscia sinistra con la mano sinistra, il polso destro si muoveva a scatti spastici sul seno destro. La mano destra improvvisamente ha infilato, con un gesto repentino, incontrollato e soprattutto abbastanza violento, il suo dito pollice dentro il mio occhio destro. La reazione è stata immediata e ha prodotto una sequenza di movimenti per metà finalizzati e per metà senza senso, al termine dei quali sono caduta, sballottata contro il box. Il box doccia è di plastica. L’ho voluto così per sicurezza, per paura appunto di cadere e di farmi anche male. Sono caduta sul piatto di ceramica, senza neppure farmi particolarmente male. La rabbia però era grande. Rabbia per il dito nell’occhio e rabbia per la caduta. Entrambe direttamente connesse alla parte di me che mi rende diversa e facilmente distinguibile in mezzo a mille. Forse anche unica, sì, ma unica di cosa?

Sono rimasta a piagnucolare, mordendomi le labbra fino a sanguinare sotto il getto della doccia forse per più di mezz’ora. Lì, rannicchiata in una posizione contorta, ho rivisto a occhi chiusi tutta una serie di immagini, un po’ nitide un po’ tremanti, un po’ lontane, evanescenti, eppure un po’ troppo in primo piano, in una accozzaglia vorticosa di momenti difficili da distinguere uno per uno.

Questa immagine me la ricordo. Risale a quando ero giovane e dovevo combattere contro il mondo intero, o per lo meno questa era la mia sensazione. Mi sembravano tutti nemici. Nemici perché, chi in un modo e chi in un altro, mi ricordavano che ero diversa, anzi me lo sbattevano proprio in faccia nel caso lo dimenticassi. Erano messaggi tutt’altro che subliminali, che mi arrivavano solidificati come pietre. Una gamba rigida, una mano ingarbugliata e poi una insegnante di sostegno per comunicare, e giù mimici versacci di scherno (ma questo lo sai già). Mi buttavo per terra se già non lo ero, mi rannicchiavo su me stessa e piangevo.

Stavo seguendo quelle immagini sullo schermo con emozione, quando a un certo punto mi sono resa conto che il sentimento era nostalgia. Nostalgia di quei giochi di vita orrendi e frustranti. Eppure nostalgia. Forse perché ero giovane, forse perché avevo ancora tempo per i sogni. Forse non lo so.

E mentre mi stavo imputridendo a bagnomaria, mi è venuto un dubbio che mi ha risvegliato dal mio piagnucolare. Ma erano loro che mi facevano violenza o ero io che non avevo capito niente? Ero forse io che non accettandomi mi rendevo diversa? Ero io che anziché pormi mi opponevo? E’ da piccola che ho giocato male le mie carte? E le sto giocando ancora male adesso?

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14 pensieri su “Diario di una ragazza che grufola – Equilibri e disequilibri materiali e spirituali – Parte 2

  1. Accettarsi non è facile.
    Innanzitutto ci sono le caratteristiche fisiche, spesso viste come difetti.
    Ne ho anch’io. Molti ne hanno. Ma accettarle non è stato semplice, specialmente se da bambino sono state oggetto di derisione.
    Poi ci sono le caratteristiche interiori, ancora più difficili da accettare, e spesso prese di mira dagli altri.
    No. Non è facile.

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    1. Penso che quella di Laura sia una lotta continua tra il rivendicare la sua diversità i quanto individuo unico e il gridare al mondo che non è poi tanto diversa dal resto degli esseri umani. Non ha tutti i torti, ma è un equilibrio davvero delicato.

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  2. Bellissimo racconto, come sempre! Grazie, Enza! ❤
    Solo una cosa: quando ho letto questa frase "Mentre sotto lo scroscio d’acqua", ho continuato la frase così: " "qualcuno con un colte,lo si è avvicinato e mi ha uccisa"… Mi sa che da piccolo "Psyco" di Hitchcock mi ha un po' turbato… 😀 Buona serata! ❤

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