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Caro te le che leggi,

Fabrizio De André. Grande Fabrizio De André.

Ho un’ammirazione smisurata per Fabrizio De André e contemporaneamente un profondo senso di risentimento nei suoi confronti. Amo e allo stesso tempo odio i suoi personaggi così visceralmente “contro”. Personaggi antibello, antiestetici, antinormali,  anti tutto, in perenne disagio, che hanno così tanto in comune con me.

Non al denaro non all’amore né al cielo è il carrozzone di personaggi che amo di più.

Cosa vuol dire avere

un metro e mezzo di statura,

ve lo rivelan gli occhi

e le battute della gente,

o la curiosità

d’una ragazza irriverente

F. De André, “Un giudice”

Non deve spiegarlo a me questo stupido giudice cosa vuole dire. Non ho difficoltà a spiegarvelo.

Gli sguardi e le battute della gente sono pugni nello stomaco, coltelli che trapassano la carne, ancora più dolorosi dei sordi lamenti delle ferite e degli ematomi delle mille cadute che vorresti ma non riesci a evitare, o dei gemiti delle vesciche che il piede rattrappito e bitorzoluto produce per un nonnulla. Per ironia, però, le ferite più profonde, sanguinanti e più difficili da guarire le ho riportate quando ero piccina. Gli adulti sono stronzi ma i bambini di più. Te l’ho già detto un milione di volte, lo so. È che pian piano mi vengono in mente tanti, troppi episodi vissuti nella mia vita che non fanno altro che confermare questo pensiero. Gli adulti sono stronzi per volontà; i bambini lo sono per natura, e fanno gli stronzi senza freni.

«Laura giochi con noi? Stiamo giocando a mosca cieca, se giochi tocca a te. Tranquilla, ti aiutiamo guidandoti con i rumori. Dai, bellissima, che sei forte!». Mosca cieca? Mi sembrava un gioco d’altri tempi. Abbastanza strano, ma in paese non è che c’erano molte attrattive.

Quella notte non sono riuscita a dormire, non per il dolore al ginocchio della gamba buona, che era la parte del corpo che avevo picchiato, ma per la rabbia verso tutto e verso tutti, verso il mondo e anche verso Dio.

Forse il gioco non era cercare e indovinare l’avversario. Forse la gara era fra chi mi faceva cadere con più fantasia e coreografia, inventando le tecniche più svariate. Il mio equilibrio instabile poteva essere minato da mille fantasiosi giochetti. Per la prima caduta era bastato soffiarmi da dietro nell’orecchio per farmi reagire di riflesso, contraendo in spasmo involontario il braccio destro da una parte, e dalla parte opposta allargando altrettanto involontariamente con un analogo spasmo la gamba destra.

Sentivo delle affermazioni strane del tipo “Lascia, la prendo io”, “Vai di là, che adesso tocca a me”. La cosa strana era che il mio corpo non arrivava mai a contatto brusco e rovinoso con il terreno, ma c’era sempre qualcuno che interrompeva la mia caduta. Tranne la volta in cui un movimento del mio braccio destro, repentino, risultato inaspettato da parte del mio salvatore di turno, entrando quasi a contatto del suo occhio destro, ha prodotto la mancata presa. E così sono scivolata su di lui, fino a colpire con il ginocchio sinistro un sasso abbastanza appuntito.

Ma in ogni gruppo c’è sempre l’amica stupida, che non capisci mai se lo fa o se ci è. «Cosa si prova quando ti toccano le tette, i ragazzi? Tu le hai le tette? Io le ho già ma non me le tocca nessuno. Tu sei piccina, magari non senti niente, ma a me piacerebbe farmele toccare».

Pensai per un attimo a quando, percorrendo il corpo di quello che mi aveva fatto cadere, la mia guancia era entrata in contatto con una sporgenza a metà fra l’elastico e il consistente. Avevo avuto una rapidissima e inaspettata sensazione di strano, piacevole disgusto. Il mio essere storpia aveva eccitato un branco di idioti e la percezione della realtà mi rimase appiccicata addosso per molti giorni.

Fabrizio, vuoi che te lo spieghi io cosa vuol dire per una come me la curiosità di quei ragazzi irriverenti e forse anche un po’ sadici? E vuoi che parliamo degli sguardi irritati, piuttosto che di simulata, falsa pietà, delle stupide massaie frustrate da un retaggio di insoddisfazioni mal celate e progressivamente mal compresse dentro di loro? Parlo di quelle che mi seguono in coda alla cassa del supermercato, mentre io con la mia destrezza compongo confusamente il puzzle di alimenti nella mia borsa della spesa.

“Certo che poverina… hai sentito cosa esce dalla sua bocca? Che brutta vita! Sì, però cosa va in giro da sola? Con tutte le cose che ho da fare, devo stare qui ad aspettare che con comodo riempia la sua borsa? Per forza che ci mette un secolo, con una mano sola! Se ne stia a casa e mandi qualcun altro a farle la spesa”. Sono sguardi silenziosi eppure palesemente pieni di coltellate vocianti. Solo sguardi, ma io ci leggo tutto quel complesso frasario di falsa, dolorosa pietà quando non va male, o decisamente ostile quando va peggio.

In mezzo alla ciurma c’è sempre la massaia impertinente, quella che pensa che, oltre a muovermi con estrosa arzigogolata lentezza e parlare con soffocati incomprensibili versi gutturali, io sia anche completamente sorda! E così, in finto sottovoce fatto in modo che sentano tutti, sbandiera il suo dotto, forbito pensiero filosofico. «Certo che, poverina, ha una bella croce! Ma perché un pezzo della sua croce deve proprio darla anche a noi qui e adesso?!»

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7 pensieri su “Diario di una ragazza che grufola – Equilibri e disequilibri materiali e spirituali – Parte 1

  1. Io non sopporto chi “giudica” gli altri, specialmente se si tratta di caratteristiche fisiche.
    Forse perché ho sempre mal sopportato le “mie” orecchie un po’ a sventola, e chi le derideva.
    Ma i miei amici, veri, non mi hanno mai preso in giro.

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