Prima di cominciare, mi sembra doverosa una breve premessa.

Laura mi ha scritto un giorno per partecipare al mio progetto, Raccontami (la cui descrizione è disponibile in fondo alla pagina).

Ho deciso di pubblicare la sua storia in prima persona, in forma di diario, perché è proprio così che lei mi ha inviato la sua storia. Molte parti non sono state modificate, perché il suo modo di scrivere, diretto, crudo, fendente, rispecchiava perfettamente la sua storia.

La storia di Laura occuperà diversi post, ai quali non voglio dare un ordine numerico.

Questa è la prima pagina di diario.

Ho impiegato troppo tempo per capire che scrivendo la mia storia me ne sarei, almeno in parte, liberata. Ma alla fine, eccomi qua, a cercare di battere sui tasti parole e frasi in grado di alleggerirmi di quello che è il macigno che ogni giorno mi porto dietro.

Vorrei che qualcuno leggesse questo diario. In realtà, non saprei spiegare il perché. In fondo, non mi illudo che qualcuno possa capirmi completamente, né che ci sia qualcuno disposto a condividere la sofferenza fisica che provo. Tuttavia, immaginare che ci siano volti che non conosco, occhi che non vedo, bocche che mute si immergono nelle mie righe, mi motiva a scrivere, a non fermarmi e a pensare che forse raccontare non può farmi che bene.

Allora, se qualcuno prima o poi leggerà queste pagine, sarà meglio che mi presenti.

Sono Laura Casi. Il nome completo è Laura Erica Casi Kalmandi.

Sono nata nel 1983 alla clinica Mangiagalli di Milano. Il giorno di ottobre in cui sono venuta alla luce mio padre, di origini kosovare, era stranamente raggiante ed evidentemente innamorato. Anche mia madre, focosa toscana, era felice come non mai. Lo so perché ogni tanto vado a sfogliare i ricordi fotografici sbiaditi di quel giorno e mi perdo nell’atmosfera idilliaca – forse la rimpiango, un po’; ma poi penso: come posso rimpiangere qualcosa di cui non ho ricordo? Comunque, se posso farlo è soltanto grazie a nonna Celeste, visto che mamma non ha conservato proprio un bel niente del passato.

Sono rinata una seconda volta il 2 giugno del 1988 al CTO di Torino. Mamma e papà, soprattutto papà, questa volta erano molto meno raggianti. Direi che fossero tristemente felici per la mia rinascita, o meglio per la mia non morte. Si sono stretti in un lungo abbraccio, apice dello sforzo di coraggio che hanno affrontato per tutto il mio coma. Sette o otto o forse più settimane. Non ricorda più con precisione neanche la mia mamma. Quando alla fine ho riaperto gli occhi, avevo uno sguardo dolce e sereno. Forse ero compiaciuta di aver portato con me nel risveglio almeno metà del mio corpo, la metà sinistra. L’altra metà era e sarebbe rimasta per sempre inutilizzabile. Solo più tardi mi sono resa conto che anche le mie corde vocali non rispondevano come avrebbero dovuto agli ordini della parte rimasta attiva del mio cervello. Dalla bocca uscivano solo suoni scoordinati, oltretutto con un dispendio notevole di energia fisica, alla fin fine sprecata.

In quel momento, probabilmente, ho pensato che avrei avuto tutto il tempo che volevo per perdere la mia serenità.

Ora mi sono stancata di scrivere, ma prima di smettere vorrei spiegare cosa vuol dire grufolare: è il verso lamentoso del cinghiale e Daga, quando vuole prendermi in giro, farmi arrabbiare e farmi stare zitta, mi dice: “Smettila di grufolare!“.

Leggi la pagina di diario successiva.

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17 pensieri su “Diario di una ragazza che grufola – L’inizio della liberazione

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