Questa è la prima volta che parlo pubblicamente di questa situazione per me così delicata. Non che sia un segreto. Ma mi rendo conto che, probabilmente, l’ho sempre vissuta come tale, perché prendere completamente consapevolezza di alcune cose fa troppo, troppo male. Probabilmente, un post non mi basterà.

Non avevo ancora compiuto diciassette anni quando incominciai il quarto anno al liceo.

Quel settembre era molto strano.

Da un lato, non vedevo l’ora che la scuola cominciasse. Avevo trascorso l’estate più anomala della mia vita: un susseguirsi di alti e bassi, senza normalità intermedia. Era cominciata con un lutto in famiglia, seguito da una nascita (la beffa, ma anche il bello della vita). Poi, ricordo di aver accompagnato mia sorella a Roma, per un concorso che le avrebbe cambiato la vita. E mentre lei sgobbava per gli ultimi ripassi, io me ne andavo a spasso per la città eterna con la figlia coetanea dei nostri gentili ospiti e i suoi amici. Che sballo! Subito dopo, le vacanze al mare, con tutte le sue implicazioni. Nuove conoscenze, notti di falò e stelle cadenti, pelle che si scuriva ogni giorno di più, relax e divertimento. Mentre ero al mare, ricevetti un messaggio da parte di un’amica: il mio professore di matematica era venuto a mancare. E fu un’altra terribile notizia. Tuttavia, continuai a godermi la spensieratezza delle vacanze, le quali mi distolsero da quel triste pensiero.

D’altro canto, mi tremavano le gambe all’idea di rivedere tutti i miei compagni di classe e i professori. Non sapevo cosa aspettarmi. L’ultima cosa che volevo era essere guardata con compassione. Ed è lo stesso motivo per il quale, nel corso del tempo, ho sempre considerato l’argomento come un tabù, quasi come una cosa di cui vergognarmi. Non ho idea del motivo di questa assurda, ricorrente emozione. So soltanto che quando negli anni successivi le persone mi chiedevano di mio padre o ne parlavano al presente, io arrossivo. E mi è successo praticamente in continuazione: tutte le volte che ho conosciuto una persona dopo i miei sedici anni e dieci mesi. Forse arrossivo perché mi immedesimavo nei panni di chi mi poneva la domanda, nel momento in cui riceveva la mia risposta? Ad ogni modo, ero consapevole che tutti erano a conoscenza della tragica notizia. Alcuni dei miei compagni mi avevano già manifestato la loro solidarietà, ma altri no, erano stati dei grandi assenti; e non mi capacitavo del perché. Soltanto in seguito ho giustificato quel comportamento, pensando che, in fondo, a quell’età certe cose ancora non si sanno (per fortuna): forse non sapevano cosa dirmi, come affrontare la situazione che, vuoi o non vuoi, era più grande di tutti noi. Comunque, contavo sulla delicatezza e sul buonsenso e speravo che, se proprio avessero voluto comunicarmi un pensiero di vicinanza, una parola dolce, un abbraccio o una carezza, lo avrebbero fatto in disparte.

E così, anche quel primo giorno di scuola, percorsi a piedi la lunga strada che mi separava dall’istituto. Mi guardavo i piedi negli anfibi neri e la zampa dei jeans, anch’essi neri (me li ricordo ancora). Ascoltavo Northern Star, un mix di tristezza e disperazione: il mio ritratto.

Non ricordo, alla fine dei conti, l’accoglienza dei miei compagni. Ricordo quel primo giorno di scuola per un solo motivo: il discorso di uno dei miei prof. Accadde esattamente ciò che desideravo con tutta me stessa non accadesse. Lei entrò in classe direttamente guardandomi dritto in volto con un’espressione amareggiata e prima ancora di sedersi si rivolse a me, davanti a tutti, dicendomi che aveva saputo e che si dispiaceva per la mia perdita. Subito cominciai a piangere. Lei continuò e ricordo un mare di bla bla, che si conclusero sottolineando che il dolore più grande sarebbe stato quello di mia madre, rimasta ormai sola, dal momento che noi figli avremmo continuato la nostra vita. Ovviamente non ero d’accordo ma non ebbi la forza di controbattere, un po’ perché singhiozzavo, un po’ perchè non volevo assolutamente discuterne davanti ad altre trenta persone, e infine perché non avevo la minima idea di cosa sarebbe significato non avere più mio padre nella mia vita.

Oggi, diciotto agosto duemilaventi, esattamente vent’anni dopo, posso affermare di saperlo troppo bene.

36 pensieri su “Vent’anni senza te

    1. Grazie, Manuel. Figurati, non è stata l’unica a esprimersi in quel modo. Tutti lo fecero in pubblico (chi lo fece) e nessuno, neppure in seguito, mi ha mai preso in disparte per chiedermi come stessi. Credo che fosse perché il mio rendimento fosse comunque molto elevato, anzi, Quell’anno ebbi tutti 9 in pagella. Però io credo che un insegnante non possa limitarsi soltanto al rendimento scolastico!

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  1. Anche mio padre ci ha salutati, più di vent’anni fa ormai, ma non posso fare a meno di ricordarlo sempre. Mi ha destabilizzato parecchio; eppure, parlarne mi aiuta. Parlarne e scriverne intendo. Il 6 luglio avevo scritto qualcosa per il suo compleanno.
    Noto, ma forse “erra dal vero il mio pensiero” per dirla col Recanatese, di nuovo la ricorsività del tuo scandaglio adolescenziale. Chissà se il nero degli anfibi e dei pantaloni erano un modo di esternare il tuo stato d’animo.
    Chiudo con una piccola notazione sull’insegnante tua di allora: ci ha provato, ma proprio non ne era capace. Pensava di fare una lezione a tutti e forse l’ha fatta: ha insegnato come non ci si deve comportare e ciò ch non si deve dire in determinate situazioni. Purtroppo, e lo dico più a me che a te, gli insegnanti li conosco troppo bene e vorrei scapparmene!

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    1. Federico, hai ragione, di nuovo l’adolescenza!
      Purtroppo come dicevo in un altro commento, tutti mi hanno dato le condoglianze davanti a tutti e nessuno mai, neppure in seguito, mi ha mai chiesto come stessi. Soltanto perché il rendimento era buono.

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      1. Grazie 😘
        Ho sempre avuto il bisogno di scriverne, l’ho sempre fatto in privato. Oggi ho trovato il coraggio di farlo anche per gli altri. D’altra parte, non è un evento che ha toccato solo me al mondo, e quindi non può far che bene, a me scrivere e ad altri leggere.
        Grazie mille 😊

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  2. Spezzo una mezza lancia a favore dell’insegnante… Forse le sembrava, tacendo, di apparire insensibile o indifferente. Di certo non ha trovato le parole giuste, se ancora ti ricordi l’imbarazzo e il dolore che ti hanno provocato.

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    1. Aveva perso il marito qualche tempo prima e probabilmente voleva dirmi che mi capiva. Non sono stati tanto i suoi contenuti (comunque per me inappropriati, perché non facevano altro che sminuire il mio dolore) quanto il modo in cui ha parlato con me, davanti a tutti.

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      1. È andata così… indubbiamente l’episodio era qualcosa di poco conto rispetto a quanto stavo vivendo. Però mi sarebbe stato d’aiuto un minimo di sensibilità da parte di persone che comunque consideravo dei riferimenti!

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  3. Proprio oggi (7 settembre) è l’anniversario di mio padre, non sa da quanto tempo perchè io rimuovo le date di morte di chi mi è caro. Lo ricordo con tenerezza anche se non è stato molto presente, ma sono bastati pochi momenti prima che mancasse per farmi capire quanto mi fosse vicino. Io ero la piccola di casa, anche se in quel momento ero una donna adulta, ma nessuno si è preoccupato di me. Le parole servono solo a chi le dice, sono i gesti che contano e io, in questa vicinanza con te, ti abbraccio.

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    1. Grazie cara, ti abbraccio anche io. È con questo scopo che ho condiviso sentimenti così intimi e profondi… sapevo che qualcuno mi avrebbe capito davvero e speravo che qualcuno, leggendomi, avrebbe sentito alleggerirsi almeno un po’ I macigni sul cuore 😘

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