“È incredibile come i fatti e le verità possano essere riformulati, quasi fossero cera rimasta troppo a lungo al sole. In realtà non esistono i dati di fatto. C’è solo il modo in cui altri hanno visto il fatto, in un dato momento. Il modo in cui si è riportato. Il modo in cui il cervello l’ha elaborato.

Jodi Picoult, Piccole grandi cose

Ruth è un’infermiera ostetrica. Svolge il suo lavoro da più di vent’anni con estrema dedizione, professionalità e, soprattutto, con amore. Ruth ha la pelle nera.

Turk è un sostenitore della supremazia bianca: odia tutti quelli diversi da lui. È appena diventato padre, ma suo figlio Davis muore il giorno dopo esser nato.

E poi c’è Kennedy, bianca benestante, che di mestiere fa l’avvocato d’ufficio. Con l’assegnazione del caso di Ruth, accusata dell’omicidio del piccolo Davis, può finalmente occuparsi di un caso davvero impegnativo: potrebbe essere una svolta per la sua carriera.

Sono tre i personaggi che si incrociano nel romanzo e si alternano nella narrazione, ognuno raccontando in prima persona, insieme alle vicende personali, il proprio vissuto relativo all’evento intorno al quale si snoda il romanzo.

All’inizio del romanzo è stato bello leggere di aspetti tecnici del lavoro di infermiera ostetrica: travagli, parti, anestesie, allattamento, ed altri argomenti che per una mamma sono sempre congeniali.

È facile empatizzare con Ruth e vivere con l’infermiera l’inferno che è costretta a subire, fatto di discriminazione, umiliazioni e denigrazioni: una notte ho persino sognato di essere lei e non mi era mai successo. Ad ogni pagina che leggevo, il pensiero ricorrente era Ma è assurdo! ed anche quando smettevo di leggere continuavo a pensare alla vicenda di Ruth. Eppure Ruth è una donna così forte, che neppure per un momento indossa i panni della vittima, vittima di un sistema che sembra emancipato mentre in realtà è ancora molto malato. Cade e si rialza, in attesa di essere sottoposta a giudizio e lo fa soprattutto per amore di Edison, suo figlio: non vuole che lui, ancora adolescente, si lasci influenzare dalla percezione di essere doscriminato. Desidera che vada avanti per la sua vita, a testa alta e diventi esattamente la persona che vuole essere.

Tuttavia, nel corso del romanzo è facile comprendere che il suo atteggiamento austero, che mai lascia trasparire il vero stato d’animo, è una maschera che la donna indossa ed ha sempre dovuto indossare a causa del suo essere afroamericana.

Dov’è, in questa storia, quella che nell’immaginario comune è la terra delle opportunità? La terra della libertà, della libera espressione: l’America? È amaramente offuscata dalle ipocrisie, dai pregiudizi e dalla forma di razzismo più diffusa, infima e difficile da combattere: il razzismo implicito.

Con lo scorrere delle pagine, risulta naturale immedesimarsi anche in Kennedy, donna decisa, capace e da una grande intelligenza emotiva, che va oltre le proprie convinzioni per scoprire che quanto rivendicato dalla sua cliente è una realtà vera e tangibile. Nonostante l’odio e a violenza di cui Turk si fa portatore, in alcuni passaggi sono riuscita ad immedesimarmi persino in lui che, in fondo, è capace anche di amare e risulta perciò meno mostruosamente abietto di quanto potrebbe sembrare.

Lo snocciolarsi delle vicende processuali è stato avvincente e la narrazione è davvero meticolosa, verosimile, non tralascia alcun dettaglio.

Il colpo di scena finale mi ha lasciato senza fiato ed strappato via le maschere a tutti i personaggi, rendendoli più umani.

In definitiva, davvero un bel romanzo.

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